Giacomo, Angelo, Sergio, Claudio Caramel attraverso il ‘900

Virginio Briatore, Ed. L'Archivolto, Milano, 1995
17 febbraio 2018

A cura di Silvio Sanpietro e Camilla Zanuso.

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Prefazione di Virginio Briatore

Godiamoci questa catena d’arte, questa saga veneta, nordica e mediterranea, che densa di fervori e silenzi attraversa il secolo ventesimo. Prima che gli architetti biogenetici, artisti della manipolazione, edifichino la fabbrica dei corpi liberandoci così dall’onere della riproduzione, dall’obbligo di conservare di noi una matrice, sfogliamo lenti questo canto di famiglia.
Esso narra la storia di Giacomo, pittore, che visse quasi cento anni e generò Angelo, detto Elo, pittore poeta e Sergio, detto Palmi, architetto da cui nacque Claudio, architetto, colui che ancora vive.
Claudio aveva 12 anni quando lo zio Elo, l’amato affabulatore che per dieci volte lo accompagnò, lui, il fratello Mario e gli altri ragazzini di strada a vedere la “storia di Giotto” agli Scrovegni, corroso dal sale dell’inquietudine e dai fumi dell’alcool moriva a Venezia.
Nel Sahel si dice: “Nacqui nelle sue mani”, così Giacomo raccolse nella stanza di Angelo Elo i quaderni d’appunti con gli schizzi questionanti e crudi. Fu la sua incrollabile fede nell’arte a dargli la forza di organizzarne un senso. Ed è il fratello Palmi che della retrospettiva di Elo a Cà Vendramin Calergi nel 1971 (incongruenza perfetta e sublime!)allestisce mirabilmente la cornice, o meglio, il nastro.
Cosa pensò nel 1980 Giacomo, che ebbe in sorte la longevità, quand’anche Sergio, l’architetto geniale, fecondo , rigoroso e schivo, l’uomo solidale, quand’anche Palmi, l’altro nomignolo figliale, si spense? Il Palmi ritratto pensoso nel 1936.Passione d’arte da dove viene? Poesia dove si trova? Nasce consanguinea, poi elettiva e coltivata affiora tra le dita, deraglia sui volti diversi che rivelano una traccia, un ardire, un dolore comune.
Per due anni , alla morte del padre, il giovane Claudio contempla, vaglia, cataloga, riordina, nel riparo dell’epidermide domestica, le opere del nonno vivente a cui la natia terra dedica nel 1983 una grande mostra antologica al Museo Bailo di Treviso. Il primo e l’ultimo, nascosti intrecciano insieme un nuovo segno, di sangue amico, di ciclo nutriente ed esclusivo, eppur visibile, pubblico, universale.
Tutti e quattro hanno studiato e camminato a Venezia (Giacomo nel 1907, alla VII Biennale, vi scopriva i “moderni” Denis e Signac…) Dove quest’anno, coincidenza specchiante, la Biennale del centenario pone il caustico dilemma della rappresentazione del corpo e del volto umano, l’urlo rauco dell’identità perduta e dell’alterità inesistente. Che faccia avrà, dove e come abiterà; che inquietudine lacererà , quale voce consolerà il cyberuomo? Saremo, come dice il filosofo regista americano Godfrey Reggio, solo frattaglie di pollo date in pasto ai cani della tecnologia?
Oggi che nascono i figli dei morti ( et pourquoi pas?), che la nostra faccia non garantisce più la nostra identità, modificata e clonata all’infinito elettrico, la piccola storia Caramel ci appare godibile, unica , meravigliante e umanissima. Con poche parole la trasmettiamo: regno delle immagini. Che siano il gene e il mestiere condiviso dell’arte le stelle narranti!