Polemiche sulla gestione del Caffé Pedrocchi, pubblichiamo il saggio di Claudio Caramel.

13 febbraio 2018

 

 

STABILIMENTO PEDROCCHI

Padova, 24/11/2006

 

Vale la pena di interrogarsi sulle ragioni che hanno reso così celebre nel mondo il Pedrocchi.

Come mai un caffè è riuscito a diventare il simbolo di una città, Padova, così ricca di testimonianze storiche ed artistiche, superando a volte la concorrenza con Giotto, con il Palazzo della Ragione, con il Prato della Valle? Come mai si sente dire “la città del Pedrocchi”, la città del “caffè a porte aperte”? Eppure a Padova è conservato il ciclo della Cappella degli Scrovegni di Giotto, lavorarono Giusto de Menabuoi nel magnifico battistero del Duomo, Altichiero, Guariento, Squarcione, Donatello, Mantegna, Falconetto e Galileo Galilei. Questa è la città di una delle più antiche e prestigiose Università ed è la città di S’Antonio con la sua basilica visitata dai pellegrini di tutto il mondo. A Padova sono stati eretti il Palazzo della Ragione e il preziosissimo Orto Botanico, opere irripetibili dell’ingegno di un territorio di terraferma, fertile e artisticamente centrale nei secoli 1300 e ‘400.

Non potranno certo bastare i vaghi ricordi del 1830 sull’eccellente zabaione raccontato nel La Chartreuse de Parme da Stendhal, o la qualità sopraffina del caffè, bevanda allora relativamente nuova servita in mille modi agli avventori, o gli speciali pasticcini e le caldissime tazze di cioccolata per giustificare la fama immediata di meilleure d’Italie. Non bastano i proiettili delle guardie Austriache sparati durante la rivolta studentesca dell’8 febbraio 1848, né le altolocate frequentazioni degli intellettuali; nemmeno la grandiosità dell’edificio sempre aperto, anche di notte, tutti i giorni dell’anno, per giustificare la sua notorietà internazionale.

La fama dello Stabilimento Pedrocchi è dovuta in principal modo alla qualità della sua architettura, che è riuscita felicemente ad interpretare il progetto imprenditoriale spericolato di Antonio Pedrocchi, figlio d’arte ed erede di Francesco. Il Pedrocchi, durante i primi anni dell’ottocento, dopo aver ottenuto la licenza di torrefattore, intraprese una faticosissima campagna acquisti intorno al vecchio e piccolo corpo di fabbrica dove risiedeva la bottega di famiglia. Con pazienza e testardaggine, per lunghi anni, si preoccupò di acquisire tutti gli immobili della zona, che pur vicinissima alle piazze e all’Università, era malsana e disordinata; in una parola decentrata o esterna rispetto alle aree signorili e privilegiate del centro cittadino allora situato al di là della via del Sale. Conclude la campagna nel 1816 o ‘17 divenendo unico proprietario di un’area dalla forma vagamente triangolare, fra la via della Pescheria Vecchia e la contrada della Garzeria e la Piazza delle Legne, sede di un mercato popolare; una proprietà costituita da edifici degradati e di difficilissima interpretazione architettonica. Infatti le vicende del progetto della nuova caffetteria sono complesse: anche le demolizioni risultano difficili e provocano non poche critiche, come del resto è sempre avvenuto; il primo progetto del Bisacco non va bene e, pur avendo già realizzato parte delle murature, Antonio ferma il cantiere. Entra in contatto con Giuseppe Jappelli, colui che pochi anni prima, e precisamente il 20 dicembre del 1815, aveva curato l’allestimento del Salone del Palazzo della Ragione, per la visita dei regnanti Francesco I d’Austria e Maria Ludovica. In quell’occasione Jappelli inventa uno scenografico giardino già romantico sotto l’enorme vòlta lignea del Palazzo e vi costruisce strane architetture effimere riuscendo così a produrre stupore e meraviglia tra gli ospiti e soprattutto ricevendo i complimenti dalle maestà imperiali. Ricorda un po’ l’allestimento effimero di zucchero realizzato nel ‘500 da Palladio a Venezia nell’occasione della storica visita dell’imperatore Carlo V, e ne testimonia la genialità e il coraggio.

La strana coppia, il caffettiere Pedrocchi e l’estroso Jappelli, coadiuvati dall’ottimo ingegner Bartolomeo Franceschini, lavorano insieme ad un progetto ardito per una sia pur graziosa cittadina di circa trentamila abitanti, in un periodo di grandi trasformazioni e di grande fermento. Dalla fine del ‘700 alla prima metà dell’ottocento, si sa, l’uomo ha gettato le fondamenta di ciò che oggi si chiama modernità: nel 1814 George Stephenson costruisce il prototipo della prima locomotiva a vapore; nel 1819 il Savannah, primo bastimento a vapore e a vela, attraversa l’oceano Atlantico. In quel periodo l’Enciclopedia Britannica si diffonde, si scavano canali e nuove miniere, nascono le prime produzioni seriali così da innescare quella che viene chiamata la prima rivoluzione industriale. Non è un caso se, parallelamente allo sviluppo scientifico legato ad aspetti produttivi, organizzativi ed economici, proprio in quegli anni il linguaggio neoclassico e il pensiero illuminista propongono una nuova architettura, una nuova idea e una nuova concezione dell’arte e della filosofia, così come una nuova cultura dell’immagine che diviene oggetto di ricerche e straordinarie innovazioni. In un clima di transizione e convivenza tra illuminismo e romanticismo, Jappelli e Pedrocchi, infervorati dall’idea di costruire uno stabilimento capace di rendersi interprete di tanta novità, cercano e trovano con una certa dose di fortuna una via comune nel tortuoso processo che sempre contraddistingue un progetto ambizioso ed anticipatore. Così, alla fine delle demolizioni e degli scavi, durante i quali le malelingue pettegolano di tesori ritrovati sottoterra, data la profusione di danari che il piccolo caffettiere metteva a disposizione del grande architetto, e dopo aver ottenuto le licenze necessarie a costruire, nel ‘27, durante una piovosa primavera, s’avvia il grande cantiere. Il 9 giugno del ’31 finalmente si inaugurano le sale del piano terreno, ma bisognerà attendere il ‘42 per vedere l’opera finita. Il 16 settembre il Quarto Congresso degli Scienziati Italiani, inaugura il Ridotto al piano nobile.

Lo Stabilimento Pedrocchi appare subito come un esempio di grande qualità nel panorama della nuova architettura, ma non tutti ne colgono subito alcune peculiarità che lo rendono in modo del tutto speciale un edificio urbano, capace di modificare e ridisegnare un’area intera del centro cittadino e di qualificare in modo evidente e immediato una porzione di città. L’asse tra le due logge di accesso e di attraversamento parallelo alla via VIII Febbraio, allora stretta e trafficata di carrozze e carri, diventa subito una specie di portico o galleria sempre aperto, di giorno e di notte, dove passeggiare o sedersi liberamente nella sala verde senza l’obbligo di consumare nulla, dove incontrarsi e dove riunirsi, dove riposare, scaldarsi e rifocillarsi. C’era il tavolo dei professori e quello dei letterati, ma in realtà tutti, proprio tutti passavano per la straordiniaria infilata: loggia in ordine dorico, sala verde, sala rossa tripla a guisa di basilica, sala bianca, di nuovo loggia in ordine dorico, e tutti, proprio tutti non potevano che rimanere colpiti e ammirati. Un modernissimo passante urbano aperto a tutti, luogo del pensiero e del gusto, dove accurate decorazioni ed opere artistiche, arredi speciali, carte geografiche appositamente eseguite, testimoniano da subito, a prima vista una vocazione internazionale, un’idea alta e innovativa. Il Pedrocchi diviene l’asse per una nuova idea di città, diretta a coinvolgere nel centro il Prato della Valle, ove Jappelli sogna di realizzare il suo progetto per la nuova Università, e in direzione opposta a nord verso la futura strada ferrata. La linea Marghera-Anconetta-Padova, inaugurata il 12 dicembre 1842 da un convoglio ferroviario composto dalle due locomotive Italia e Insubia, era la terza ferrovia d’Italia dopo la Napoli-Portici e la Milano-Monza. La strada ferrata, poi prolungata nel 46 fino a Venezia, contribuì non poco a rinforzare l’idea del nuovo asse Pedrocchi-Prato della Valle. Ma l’edificio è urbano anche perché tra le due logge settentrionali inventa un luogo, una piazzetta, un patio aperto e pubblico, esattamente nella direzione opposta agli edifici del potere, invece posizionati tutt’ora dall’altra parte. Qualcuno vuole giustificare la maggiore importanza data al prospetto verso piazzetta Pedrocchi e l’attuale piazza Cavour, solo a cause contingenti ed alla forma del lotto di terreno, ma chi vuole invece guardare oltre e cerca di capire la complessità dell’architettura di questo edificio, non potrà che convenire che la scelta è netta e precisa, forse anche irriverente e provocatoria, sicuramente fantasiosa ed inaspettata. Proprio in corrispondenza del patio, tra le due logge ioniche settentrionali e sotto il colonnato corinzio del piano nobile, la sala ottagona svolgeva benissimo la sua funzione di borsa, per commerci di vario tipo, riempiendo di vitalità e di confusione lo stabilimento. Questa è la terza nota di innovazione e modernità dell’edificio: un edificio aperto che fa parte del tessuto urbano e dei percorsi pedonali ma che non ha solo la funzione della ristorazione, ma, anzi è multifunzionale, complesso, ricco, capace di procurare sorpresa e di incentivare la densità partecipativa. Un catalizzatore sociale. Attrattivo. Per tutti.

Vi avvengono dentro e nei sotterranei cose strane, si sperimentano nuove ricette, nuove pietanze, invenzioni tra le quali anche un nuovissimo sistema di illuminazione a gas, ma contemporaneamente lo spirito degli assidui frequentatori ne riceve nutrimento e benessere anche intellettuale perché lì si fa cultura e si recitano poesie; perché la “ragione”, la bellezza proposta dall’architettura è coinvolgente e condivisa. La qualità che gli artisti e gli artigiani hanno profuso, collaborando con Jappelli, nel realizzare sculture, pitture, fusioni di ghisa, vetri, specchi, stucchi, marmi, legni, tendaggi, decorazioni, arredi è molto elevata, tranne che in rare eccezioni, e travalica i confini regionali. I sogni fantastici e a volte eccessivi del committente che pure sa essere anche prudente e attento contabile, vengono realizzati in alcune parti con un neoclassicismo asciutto e serio, in altre parti con raffinate ricercatezze decorative, e in altre ancora con sottile ironia o potente e grandiosa monumentalità. Qualcuno ha ovviamente a che ridire, come sempre avviene di fronte al nuovo, di fronte ad una sostanziosa campagna di demolizioni e all’edificazione di un edificio di quella scala e così moderno, così provocatorio e diverso. Un’astronave calata dal cielo, un Beaubourg di cent’anni prima, una novità assoluta, un’invenzione sociale e urbana.

“…ma delle ciarle intorno agl’interni stili egizii, greci e che so io?…”scrive Pietro Chevalier nelle sue “memorie architettoniche”, riferendosi al progetto del piano nobile ed alle diffuse perplessità, senza prendere posizione, ma lasciando intendere un certo disappunto. Molte perplessità provocò anche l’annessione del neogotico Pedrocchino all’angolo con la contrada del Sale Vecchio ( ora via Oberdan). Pietro Selvatico annotò come l’arco acuto ogivale ben si adattasse a ritagli di difficile risoluzione, “un partito capriccioso che s’attaglia a ogni sito”. Ma il Pedrocchino, anche se può apparire uno sberleffo, e forse in qualche modo ha qualcosa in sé di fiabesco, in realtà non è uno scherzo, anzi è la risposta dell’architetto europeo, neoclassico e romantico, ai tempi che cambiano, al perdersi di certi ideali. Si tratta del passaggio necessario o di uno stacco provocatorio: la cultura dell’immagine come tutta l’arte visiva in quel preciso periodo storico erano in una fase di profonda trasformazione. Proprio durante la costruzione del Pedrocchi, e precisamente nel 1838, dopo lunghe sperimentazioni, sir Charles Wheatstone, depositava il brevetto per lo stereoscopio, macchinario per la visione tridimensionale. Guardando dentro quella scatola magica, di lì a poco, in molti potranno virtualmente eseguire un grand tour tra le città europee, o le montagne o i laghi o i castelli o tra le lenzuola delle prime castigate soubrette ritratte in pose di nudo artistico. In molti potranno vedere le prime riproduzioni della realtà, che non fossero dipinte col pennello. Viaggiare era un lusso per pochi signori e i tempi di percorrenza lunghissimi: mesi, anni per un viaggio a Londra o a Parigi. Gli esploratori e gli archeologi tornavano dall’Africa e dall’Egitto con straordinarie scoperte, e a Padova proprio il Giovanni Belzoni nel ‘19 donò alla città due importanti reperti e di certo raccontò a Jappelli della sua ultima campagna di scavi ad Abu Simbel. Le immagini del mondo e dell’antichità cominciavano a diffondersi e la gente viaggiava con la fantasia in “luoghi altri” ma senza spostarsi. E’ ciò che succede oggi con la realtà virtuale, è ciò che succedeva allora ai fortunati visitatori del piano nobile dello Stabilimento Pedrocchi. Quello che per alcuni è stato solo uno stucchevole esercizio di erudizione, per altri invece è una pura astrazione spazio-temporale capace di far attraversare, come in un lungo viaggio nel tempo, o in una sequenza di fotogrammi, la storia dell’uomo. Così, salita la scalinata d’onore, si entra in una specie di film o di “powerpoint” tridimensionale in scala 1 a 1 che ci presenta la sala etrusca, la sala greca, la sala romana, quella barocca, quella gotica, la sala rinascimentale, ercolana, moresca, fino allo straordinario apparato decorativo della sala egizia. Una lezione di storia, un lungo viaggio in luoghi e tempi lontani, una scoperta folgorante e spiazzante, una rappresentazione virtuale, un cartone animato, un museo ludico dell’occidente. Tutte le stanze del viaggio nella storia dell’arte, ruotano intorno alla grande sala dedicata a Rossini, in doppia altezza, decorata con stucchi dorati e migliaia di api a sbalzo in ottone applicate sulle pareti in marmorino bianco. La sala da ballo è dotata del palco e della scena ellittica rialzata per l’orchestra, incorniciata da una scenografica e teatrale panneggiatura in cartapesta dorata. Le decorazioni gloriose rappresentano figure alate con corone d’alloro, sul soffitto grandi cetre, cigni, delfini, decori floreali, spirali e sottili raggi convergenti verso il centro, da dove scende il grande lampadario. Nella sala Rossini i balli e i concerti come i convegni e gli incontri si susseguivano senza sosta. Il famoso Casino Pedrocchi, circolo inizialmente ospitale ed aperto a tutti, purchè “onesti e di maniere educate”, divenne una specie di istituzione patavina composta da centinaia di soci che utilizzavano quotidianamente le sale del piano nobile per conversare, giocare, discutere, per feste e concerti e grandi serate di gala. Le idee abbastanza aperte e libertarie di Antonio Pedrocchi, donarono subito allo stabilimento anche una connotazione quasi popolare, in contrasto con la magnificenza dell’architettura, tanto che il Leoni, aspro oppositore del caffettiere, definì il Casino Pedrocchi come un ritrovo “di sensali e bottegai”, e il caffè-borsa come una “casa del popolo”. In realtà, finchè fu in vita Antonio, e poi il suo oculato successore, il figlio adottivo Domenico Cappellato, dentro allo Stabilimento trovavano ospitalità gli aristocratici e i viaggiatori più ricchi, a fianco dei professori universitari o dei professionisti, ma insieme commercianti, studenti, viandanti, lavoratori, insomma ci andavano tutti. Alla morte di Domenico, nel 1891 lo Stabilimento Pedrocchi, dopo aver trascorso da protagonista gli anni di transizione tra lo storicismo romantico e la Tour Eiffel, tra il neogotico e gli impressionisti, tra il neoclassico e Van Gogh, viene donato alla città, con l’obbligo solenne ed imperativo di conservare in perpetuo la proprietà…come trovasi attualmente…cercando di promuovere quei miglioramenti…onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia. Primato mantenuto per tutto l’ottocento, e perduto nel secolo appena trascorso, durante il quale lo stabilimento ha dovuto sopportare maltrattamenti di vario genere, furti e sottrazioni, fino al dannoso restauro del 1950 ed alle successive carenti manutenzioni e gestioni poco attente al famoso obbligo, purtroppo disatteso anche a causa dei disastrosi anni delle guerre mondiali, delle dittature prima e del boom economico poi. Da qualche tempo ed in seguito ad un ultimo, più colto restauro, lo stabilimento si è lasciato alle spalle il “secolo sbagliato” per entrare nel 2000, si spera in un modo nuovo, non come un disneyano monumento per il turismo di massa o un centro commerciale, nemmeno mummificato come museo delle cere, ma come centro culturale, come luogo d’incontro polifunzionale, vivo, denso, complesso, diversificato, evoluto.

Cenni Bibliografici

Esiste vasta letteratura sullo Stabilimento Pedrocchi. Gli studi ed i saggi del prof. Lionello Puppi costituiscono l’apparato più completo ed illuminante.

Per quanto riguarda invece il tema della ricerca sull’immagine stereoscopica si veda il catalogo del prezioso Museo di Magiche Visioni Collezione Minici Zotti, conservata oggi a poca distanza dal Pedrocchi.

Sull’alterità dei luoghi gli studi dei filosofi francesi M, Foucault, P.Viriliò, J.Braudillard. Su Padova i bellissimi “Padova, i secoli, le ore” a cura di Diego Valeri, ed. Alfa Bo; e “Padova, ritratto di una città”, Neri Pozza.

Successivamente al restauro di fine ‘900, realizzato dall’arch. U. Riva, la guida Skira di P. Possamai “Caffè Pedrocchi”.

Alcuni ragionamenti troveranno ampia argomentazione ne “La sfera e il Labirinto” M.Tafuri, Einaudi; in “Struttura e architettura” di C.Brandi, Einaudi; ancora in “Architettura saggio sull’arte” di E.L.Boullèe, Marsilio; e naturalmente in “Architettura Contemporanea” di M.Tafuri e F.Dal Co, Electa. Altri sulla densità urbana in “La città disfatta” ed il successivo “Terre Sconfinate” di M.Sernini, entrambi F. Angeli.

Sulla Modernità si vedano anche “La Rivoluzione Industriale” di S.Ciriacono e il dizionario “Miti e personaggi della Modernità”, entrambi editi da Bruno Mondadori.

L’uso della definizione di “secolo sbagliato” in riferimento al ‘900, riprende il titolo del libro di G.Bocca.